Vanley Burke
 
 
 
biografia dell'artista
 
 
 
   
  Vanley Burke 

Nato in Jamaica nel 1951, è giunto a Birmingham (UK) ancora ragazzino nel 1965 con una macchina fotografica e da quel momento in poi ha continuato a fotografare, documentando le tematiche relative alle comunità straniere nel Regno Unito, ma anche alla musica che vi gravita intorno per poi proseguire le proprie ricerche fotografiche anche all'estero, documentando l'apartheid in Sud Africa e la liberazione di Nelson Mandela.

Burke ha esposto i suoi lavori  in alcune fra le principali gallerie internazionali, fra cui la Tate Gallery Modern (Londra e Liverpool), la Ikon Gallery, il Birmingham Museum & Arts Gallery e in occasione di altre mostre in UK, New York City ed in Spagna. Sarà inoltre ospite in Italia all'interno del MUSAE (Museo Urbano Sperimentale d'Arte Emergente). V.B. ha inoltre collaborato in qualità di docente onorario con numerose istituzioni culturali e università ed attualmente collabora con il Dipartimento di Fotografia dell'Università di Birmingham.

Il lavoro artistico di V.B. è stato inoltre soggetto di numerosi approfondimenti a cura, fra gli altri, di BBC.

L'Archivio Vanley Burke presso Birmingham City Archive, Birmingham Central Library e Birmingham University è fra i principali archivi tematici fotografici a livello internazionale e raccoglie la grandissima collezione di scatti di V.B., utilizzati frequentemente in produzioni cinematografiche, documentari, studi, rassegne, prodotti editoriali.

V. Burke da sempre ama rappresentare la quotidianità urbana di vite non ‘quotidiane’ agli occhi dei più, una quotidianità appassionata, ma anche afflitta ed impegnata nella cornice della difficile accettazione delle culture migranti. V. Burke predilige la descrizione della realtà presentata nella sua manifestazione non artefatta, estrapolando il significato storico e sociale della condizione umana nel suo sviluppo di ogni giorno; lo scatto deve essere immediato, veloce e sincero.

La metafora dell”histograph”, come lo definisce Burke, rende la macchina fotografica in unisono col fotografo un “meccanismo sensibile di registrazione” di una cornice di vita comunitaria che per quanto pregnante di significato ed importanza ricade sistematicamente al di fuori della storia ufficiale, degna di nota delle categorie di volta in volta dominanti. Il tentativo è quello di buttare il più possibile l’occhio dell’osservatore sul soggetto cui viene data massima importanza e detrarre l’attenzione dalla pratica della rappresentazione fotografica in quanto esercizio ipertroficamente autoreferenziale, nell’ottica di un percorso di ricerca del “vero”, del momento destinato altrimenti all’immancabile smarrimento; l’intento del fotografo è di scomparire nel soggetto e non di introdursi nella scena variandone la composizione, il fotografo non si include, ma asservisce le sue capacità al “vero dell’esperienza”, in un processo mimetico che valorizza l’autosufficienza della scena, vissuta e sofferta e il cui apporto fotografico non deve fare null’altro se non riuscire a valorizzare quello che è già presente nell’umanità espressa dal soggetto nel suo contesto.

Per V. Burke lo sforzo fotografico sta anche nel descrivere quello che viene prima e dopo lo scatto, nel tentare di ricostruire le vite dei soggetti all’occhio dell’osservatore in una singola immagine.

 
  

 Vanley Burke     

      

      

      

       
 

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