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Vanley Burke, nato
nel 1951 in Jamaica, si è trasferito in Inghilterra, a
Birmingham, nel 1965, armato di una vecchia macchina
fotografica regalata dalla nonna. Dal momento in cui è
approdato in Inghilterra non ha mai smesso di fotografare,
deciso fin da piccolissimo a rappresentare le tematiche
sociali che più lo colpivano tramite l’ausilio della
fotografia. V. Burke da sempre ama rappresentare la
quotidianità urbana di vite non ‘quotidiane’ agli occhi dei
più, una quotidianità appassionata, ma anche afflitta ed
impegnata nella cornice della difficile accettazione delle
culture migranti. V. Burke predilige la descrizione della
realtà presentata nella sua manifestazione non artefatta,
estrapolando il significato storico e sociale della condizione
umana nel suo sviluppo di ogni giorno; lo scatto deve essere
immediato, veloce e sincero. La metafora dell"histograph",
come lo definisce Burke, rende la macchina fotografica in
unisono col fotografo un "meccanismo sensibile di
registrazione" di una cornice di vita comunitaria che per
quanto pregnante di significato ed importanza ricade
sistematicamente al di fuori della storia ufficiale, degna di
nota delle categorie di volta in volta dominanti. Il tentativo
è quello di buttare il più possibile l’occhio dell’osservatore
sul soggetto cui viene data massima importanza e detrarre
l’attenzione dalla pratica della rappresentazione fotografica
in quanto esercizio ipertroficamente autoreferenziale,
nell’ottica di un percorso di ricerca del "vero", del momento
destinato altrimenti all’immancabile smarrimento; l’intento
del fotografo è di scomparire nel soggetto e non di introdursi
nella scena variandone la composizione, il fotografo non si
include, ma asservisce le sue capacità al "vero
dell’esperienza", in un processo mimetico che valorizza
l’autosufficienza della scena, vissuta e sofferta e il cui
apporto fotografico non deve fare null’altro se non riuscire a
valorizzare quello che è già presente nell’umanità espressa
dal soggetto nel suo contesto. Per V. Burke lo sforzo
fotografico sta anche nel descrivere quello che viene prima e
dopo lo scatto, nel tentare di ricostruire le vite dei
soggetti all’occhio dell’osservatore in una singola immagine.
L’immutata passione per la ricerca del vero dell’esperienza
come fonte primaria di ricostruzione storica della condizione
umana, ha portato V. Burke a lavorare anche in Sud Africa (con
il nome assegnatogli "Nkunzi Myama" – Toro Nero) dove ha avuto
modo d’immortalare gli eventi connessi alla liberazione di
Mandela per il progetto poi esposizione Nkunzi e a collaborare
con innumerevoli fotografi assimilibali per tecnica e
vocazione o suoi allievi diretti, quali ad esempio il
newyorkese Pogus Caesar. Vanley Burke è diventato uno dei più
apprezzati fotografi inglesi tanto da ottenere innumerevoli
riconoscimenti ufficiali e premi lungo la sua carriera
esponendo in varie aree del mondo ed in particolare in UK e
New York in gallerie prestigiose come la Tate Gallery (sia
Londra che Liverpool), la Ikon Gallery, il Birmingham Museum
and Arts Gallery; ha inoltre lavorato per numerose istituzioni
quali per esmpio il Dipartimento di Fotografia del Politecnico
di Birmingham ed altre ed è stato oggetto di diversi
approfondimenti della BBC. Vanley Burke sarà quest’anno ospite
fuori concorso del MUSAE in Italia. >
video . channel 4 . uk
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